Sul computer assegnato
Il sistema operativo conserva registrazioni sui dispositivi di archiviazione collegati, sui documenti aperti di recente e sui percorsi consultati, anche quando i file non ci sono più.
Nella maggior parte dei casi le tracce ci sono ancora. Il problema è che si trovano su un computer che l'azienda, in perfetta buona fede, sta per riassegnare a qualcun altro.
Risposta breve
Quasi sempre sì, qualcosa resta. Copiare file su una chiavetta, caricarli su un cloud personale o spedirseli via email lascia tracce sul computer aziendale, e spesso anche sui sistemi dell'azienda.
Il vero rischio non è tecnico ma organizzativo: quel PC viene riassegnato a un altro dipendente, reinstallato dal reparto IT o semplicemente riacceso e ispezionato da un collega volenteroso. Ognuna di queste azioni cancella o inquina proprio ciò che serviva.
La prima mossa, quindi, non è chiamare un tecnico: è mettere da parte quel computer, spento, e non farlo toccare a nessuno. Tutto il resto può aspettare qualche giorno. Quello no.
Un computer e i sistemi aziendali registrano molto più di quanto chi li usa immagini, e non perché qualcuno abbia attivato un monitoraggio: sono informazioni che i sistemi producono da soli, per funzionare. Quali di queste siano effettivamente presenti e leggibili cambia però da caso a caso.
Il sistema operativo conserva registrazioni sui dispositivi di archiviazione collegati, sui documenti aperti di recente e sui percorsi consultati, anche quando i file non ci sono più.
Server di posta, gestionali, VPN e firewall producono log propri, indipendenti dalla macchina del dipendente. Sono spesso i riscontri più solidi, proprio perché fuori dalla sua portata.
Account personali associati a strumenti aziendali, servizi di archiviazione online, invii verso caselle private: canali che lasciano documentazione in più punti.
Il nemico non è l'ex dipendente: è la normale operatività aziendale
Nella pratica quasi nessun caso si perde perché qualcuno ha cancellato deliberatamente le prove. Si perde perché il computer è stato consegnato a un nuovo assunto, perché il reparto IT ha applicato la procedura standard di reinstallazione, o perché un responsabile ha acceso la macchina per «dare un'occhiata».
Ognuna di queste operazioni è legittima e ragionevole. Ma la reinstallazione azzera tutto, la riassegnazione sovrascrive progressivamente lo spazio libero, e ogni accensione modifica decine di registrazioni di sistema — comprese proprio quelle che documentano gli accessi ai file.
C'è poi un effetto collaterale meno ovvio: ogni accesso non documentato indebolisce la posizione dell'azienda. Se in sede di contraddittorio emerge che tre persone hanno usato quella macchina dopo i fatti, diventa difficile sostenere che quanto trovato risalga al periodo che interessa.
La regola pratica è semplice: il computer si spegne, si mette in un armadio chiuso e si annota chi ce lo ha messo e quando. Da quel momento il tempo non lavora più contro.
Dipende molto più dallo stato dei sistemi che dall'analisi
L'obiettivo di un accertamento è stabilire se ci sono elementi che documentano un trasferimento di dati, attraverso quale canale e in quale periodo. Fin dove si arrivi non è però prevedibile prima di aver visto i dispositivi e i sistemi coinvolti: cambia con la configurazione aziendale, con il tempo trascorso e soprattutto con quello che è successo alla macchina nel frattempo.
Va messo in conto anche l'esito opposto. Capita che il sospetto non trovi riscontro, e non è un lavoro sprecato: chiudere la questione con un documento tecnico è spesso più utile che restare con un'ipotesi in sospeso.
Quello che invece si può garantire in ogni caso è il metodo — acquisizione documentata, operazioni verbalizzate, analisi ripetibile — e una relazione che dichiari con chiarezza anche i limiti di ciò che è stato possibile verificare. È questo, più del singolo risultato, a rendere un accertamento utilizzabile nel contraddittorio.
Da evitare
Sono tutte azioni ragionevoli dal punto di vista aziendale, ed è proprio questo che le rende frequenti.
Se il computer è ancora integro, la cosa più urgente è congelarne lo stato: l'acquisizione forense si può fare anche prima di decidere se procedere legalmente, e costa molto meno del non poterla più fare. Nella valutazione preliminare stabiliamo cosa conviene acquisire e con quale priorità.
Per l'acquisizione tecnica no, e anzi conviene farla subito. Per tutto il resto sì: è l'avvocato a stabilire i limiti di ciò che è lecito analizzare e a impostare l'azione. L'accertamento tecnico è uno strumento al servizio di una strategia, non un'alternativa.
Su un dispositivo di proprietà del dipendente non si interviene di iniziativa privata. La strada passa dall'autorità giudiziaria, con un accertamento disposto nel procedimento e il consulente di parte presente a tutela del contraddittorio.
Cambia in meglio. I sistemi centralizzati conservano log di accesso, esportazione e download che spesso sono più affidabili di quelli su una singola macchina, perché il dipendente non poteva modificarli.
Dipende da cosa è successo al dispositivo nel frattempo. Se è rimasto fermo, ha senso eccome. Se è stato riassegnato o reinstallato, le probabilità calano molto, ma i log dei sistemi aziendali possono conservare comunque riscontri utili.
Le indagini su furti di dati partono da 1.500 euro e la copia forense da 400. Il costo dipende dal numero di dispositivi e dal volume dei dati: le fasce sono nella pagina dei prezzi.
Sì. Un accertamento condotto con metodo documentato e ripetibile è utilizzabile sia in ambito civile, ad esempio in materia di concorrenza sleale, sia in ambito penale. È la ragione per cui conviene impostarlo correttamente fin dall'inizio.
Sono Cristian Federiconi, ingegnere informatico e Consulente Tecnico di Parte in informatica forense ad Ancona. Ricostruisco sottrazioni di dati e incidenti informatici per aziende e studi legali, con copia forense, analisi dei log e relazione tecnica difendibile.
Questa pagina ha finalità informative e descrive aspetti tecnici dell'analisi di dispositivi aziendali. L'analisi di strumenti assegnati ai lavoratori incontra limiti derivanti dalla normativa sui controlli a distanza e sulla protezione dei dati personali: il perimetro va sempre definito con il proprio legale. Il contenuto non costituisce consulenza legale e non sostituisce il parere di un avvocato.